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Il Paradiso delle Signore, Valentina Bartolo: ’Veronica si troverà faccia faccia con le sue paure’

Pubblicato il 19 Novembre 2021 alle 20:10

Dalla Melevisione a Il Paradiso delle Signore, Valentina Bartolo si racconta a Tvpertutti parlando sia dell’esperienza sul set del Fantabosco che su quella della soap opera.

Il Paradiso delle Signore, Valentina Bartolo: ’Veronica si troverà faccia faccia con le sue paure’

La nuova stagione de Il Paradiso delle Signore è stata arricchita anche e soprattutto dalla new entry Valentina Bartolo. Conosciuta per il suo ruolo di Shirin Scintilla nella Melevisione, oltre che per quelli ricoperti all’interno delle fiction Non Uccidere e Un passo dal cielo, l’attrice ha concesso un’intervista a Tvpertutti raccontandosi senza filtri. Dai dolci ricordi dei tempi della Melevisione fino all’attuale esperienza sul set de Il Paradiso delle Signore, Valentina ha svelato cosa l’accomuna al suo personaggio e cosa aspettarsi da Veronica prossimamente.

Valentina Bartolo, dalla Melevisione a Il Paradiso delle Signore

Innanzitutto la ringrazio per l’intervista concessa a TvPerTutti. Valentina Bartolo è un nome che a molti italiani suscita emozionanti ricordi, soprattutto per chi ha seguito la Melevisione e l’ha conosciuta nel ruolo di Shirin Scintilla. Che ricordi ha di quel periodo?

Sono stati anni incredibili, in bilico tra il percepirmi ancora un’adolescente scapestrata e piena di sogni e il cominciare ad avvertire la donna che si stava impossessando man mano della mia vita, regalandomi un lavoro che desideravo e la responsabilità e le incertezze che ne sarebbero derivate. Erano gli anni in cui, appena finita la scuola di teatro (il Piccolo di Milano), ebbi l’enorme fortuna di trovarmi subito divisa tra le tournée e appunto la Melevisione che si è rivelata un’oasi di grande gioia, una pagina aperta di un libro magico dove tornare ancora bambina grazie al ruolo di Shirin Scintilla, la mia primissima esperienza di set, a volte avevo la sensazione che gli autori avessero conosciuto proprio la mia infanzia e che scrivessero le mie puntate pensando ai problemi e ai desideri che avevo da bimba!

Insomma ho fatto anche terapia con la Melevisione! Ma la cosa più significativa fu il meraviglioso gioco di squadra che facevamo tra colleghi, regista e reparti. L’affetto che si creò fu molto profondo per me, con molti si usciva insieme e si condividevano feste e cene, che dire... ci siamo divertiti tanto e con il tempo ho fatto davvero tesoro della grande opportunità che ho avuto anche in termini di utilità del mio mestiere, perché la Melevisione è stato un progetto di grande utilità e aiuto per i bambini, non era solo intrattenimento, era una mano tesa all’infanzia. Fu un programma che affrontò tematiche difficilissime attraverso puntate «speciali» come l’adozione, l’abuso sessuale e persino la morte. Viva il Fantabosco!

Come è nata la sua passione per la recitazione? Se non fosse divenuta attrice, che cosa le sarebbe piaciuto fare?

Sono cresciuta in una famiglia molto umile, i miei genitori dalla Campania e dall’Abruzzo si sono trasferiti al nord da ragazzini, avevano delle passioni rimaste solo nella loro testa, delle attitudini artistiche mai coltivate perché si ritrovarono minorenni a lavorare in fabbrica. Mia madre è un amante della danza e mio padre un uomo con una dote per il disegno incredibile. Forse da qualche parte mi hanno trasmesso il bisogno di esprimermi attraverso l’arte non so.

Una volta, ero proprio piccolina, forse 3-4 anni feci un sogno bellissimo: ero nel lettone dei miei genitori e vidi entrare nella mia stanza delle figure mascherate molto divertite, una di loro era Arlecchino. Probabilmente avevo visto da poco uno spettacolo di marionette. Fatto sta che mi chiamarono a fare un trenino con loro fino ad aprire la porta di casa per uscire insieme e rivederli poi rientrare nel silenzio nel loro teatrino. Detto cosi ora è un po’ confuso ma vi assicuro che fu un sogno di pace.

Quando mi svegliai iniziai ad assillare mia madre che volevo vedere il teatrino e, insomma, da li gradualmente si animò la mia curiosità. Mi divertivo a giocare, a travestirmi per impersonare i personaggi delle favole. Mi trovavo cosi a mio agio nei panni di qualcuno che non ero io... che poi ero sempre io. Ecco qui, e il resto è avvenuto per fasi, prima la compagnia della parrocchia, poi una scuola di teatro nella mia città e poi il piccolo teatro di Milano.

Se non facessi l’attrice, probabilmente mi dedicherei totalmente alla pittura e al disegno. Ho una grande passione che riesco a coltivare nel poco tempo libero ma vorrei riuscire a farne qualche cosa di più che uno sfogo istintivo.

Attualmente nei suoi progetti lavorativi c’è Il Paradiso delle Signore. Una soap molto gettonata e piena di intrecci. Che effetto le fa indossare i vestiti dei lontani anni ’60?

Stiamo parlando di un epoca che ha stravolto completamente tutto e la moda, il modo di vestirsi, diventa negli anni 60 un modo di vivere, di affermare valori o di opporsi a essi, tanto che si avvalorano nuovi canoni estetici, stili, colori. La donna sarà la protagonista di questi cambiamenti, quindi indossare i vestiti degli anni 60 significa indossare quell’epoca che profuma di rivoluzioni enormi. Il trucco accentuato e colorato, così come le acconciature in assoluto le più belle e prepotenti mai viste, hanno per me un fascino, oggi, che sa quasi di malinconia. C’era una fantasia e un bisogno di esprimere eleganza, forme, modo di pensare che poter anche solo fingere di vestire i panni di una donna di quell’epoca è istruttivo oltre che estremamente divertente.

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Ha notato molta differenza tra il set di questa acclamata daily soap e i suoi precedenti lavori come anche Non uccidere e Un passo dal cielo? C’è più pressione o rigidità?

Devo dire che in tutti e tre i set mi sono trovata molto bene, c’è stata cura e professionalità, in particolare in «Non Uccidere» ho avuto modo di lavorare anche con un coach ed è stato prezioso data la particolarità del ruolo, ma il set del Paradiso ha il valore aggiunto di essere una numerosissima squadra che va avanti da tantissimo tempo e che, nonostante questo, continua a conservare un animo molto gioioso e stimolante. Io non mi sento sottopressione pur percependo la grande macchina su cui sono salita, una macchina che ha certamente dei tempi serrati ma che si muove nel desiderio di lavorare al meglio e anche con una sana dose di leggerezza e fantasia. Io sono felicissima!

Parlando del suo personaggio, che persona è Veronica? Si è ispirata a qualcuno in particolare per interpretare così bene quel ruolo?

Veronica la sto scoprendo anche io gradualmente. Di lei so parte del suo passato e il grosso trauma che porta e cerco, come attrice, di pormi con grande rispetto nei confronti della perdita che ha subito. Certamente Veronica appare come una donna divisa tra la grandissima forza che esprime nei confronti del suo essere madre e in questo senso di essere riuscita a crescere da sola la propria unica figlia, e l’altrettanto grande fragilità nel suo ruolo di donna che ha costantemente paura di perdere la felicità ritrovata con Ezio.

Ho la sensazione che viaggi in un doppio binario, da una parte si erge a pilastro della nuova famiglia, dall’altro ne subisce il terrore di perderla. È una donna che conserva un lato istintivo molto forte, che l’ha guidata nell’atto quasi anticonformista per l’epoca, di trasferirsi in una nuova citta con il suo compagno e di accettare una convivenza senza matrimonio, proponendo addirittura una famiglia allargata ad accogliere in casa anche la figlia di lui. Sarà interessante capire che ruolo gioca il suo amore incondizionato per Gemma e quello ritrovato per Ezio, oltre che il potenziale affetto che svilupperà nei confronti di Stefania.

Non mi sono ispirata a qualcuno in particolare, ho cercato però di prendere a modello delle attrici che lavorassero sull’ambiguità, come Cate Blanchett, Isabelle Huppert, e in Italia Monica Vitti. Volevo ritrovare degli strumenti che, seppure in piccolo, avrebbero potuto aiutarmi a creare una potenziale differenza tra quello appare e quello che è.

C’è qualcosa che la accomuna in modo particolare a Veronica?

La sua sensibilità e il suo bisogno di conferme, ma anche la sua attitudine solare e per certi versi involontariamente naif.

Com’è lavorare accanto a Massimo Poggio?

Bisognerebbe rivolgere al contrario la domanda! Nel senso che è lui che supporta e sopporta anche le mie paturnie attoriali. Dovete sapere che ogni tanto ho il bisogno di confrontarmi fino allo sfinimento con il regista, magari per una piccolissima cosa su cui mi fisso, e Massimo in quei casi risponde a questo mio lato più analitico con una grande energia propositiva e allo stesso tempo con una straordinaria serietà. È un bravissimo attore, sempre in ascolto, apprezzo moltissimo la sua attitudine sul set, imparo molto da lui e c’è un clima sereno ed è fondamentale.

Per quello che può dirci, cosa dobbiamo aspettarci in questa stagione da Veronica?

Bhe...non posso rivelare molto... ma state sicuri che accadranno delle cose importanti e la stessa Veronica si troverà faccia faccia con le sue paure.


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